“Sulla mia pelle”. Il violentissimo pestaggio mediatico di Ilaria Cucchi diventa un film

di Elena Ricci

In occasione della Mostra del Cinema di Venezia, è stato presentato il film “sulla mia pelle”, che racconta gli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, uno spacciatore tossicodipendente romano, arrestato dai Carabinieri per spaccio nell’ottobre 2009 e morto una settimana dopo l’arresto, nel reparto di medicina protetta dell’ospedale Pertini.

Il caso Cucchi dunque, un caso mediatico senza precedenti che in un primo momento, ha visto alla sbarra polizia penitenziaria, medici e infermieri, definitivamente assolti e ai quali non è mai stato chiesto scusa dalla famiglia Cucchi. Per la sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, erano loro i responsabili della morte di suo fratello, tant’è che nel ricorso in Cassazione, il suo avvocato e attuale compagno Fabio Anselmo, ribadiva queste responsabilità negando che ve ne fossero a carico dei Carabinieri che lo arrestarono. A difesa di questa sua affermazione Anselmo, scrisse altresì, che le famose macchie rosse sotto gli occhi di Stefano, erano da ricondurre ad un eritema dovuto allo stress per l’arresto e alla naturale conformazione del ragazzo. Non solo, ad escludere responsabilità a carico dei Carabinieri, anche il padre di Stefano, Giovanni Cucchi, il quale in un’intervista (dopo la quale misteriosamente non ve ne furono più) dichiarò che il figlio il giorno seguente all’arresto, durante l’udienza per direttissima, stava bene. Al padre fecero eco anche l’avvocato d’ufficio Giorgio Rocca e giudice e Pm dell’udienza di convalida. Lo scrivo e lo ripeto perché questo nel film che andrà in onda il 12 settembre, non lo vedrete.

Attualmente è in corso il processo nato dall’inchiesta Cucchi bis, in cui alla sbarra ci sono cinque carabinieri accusati a vario titolo di omicidio preterintenzionale, calunnia e falso in verbale d’arresto, nonostante la perizia cristallizzata in incidente probatorio abbia escluso qualsiasi nesso causale tra presunte percosse e l’evento morte. Non esiste causa di morte dunque, ma esiste un’accusa di omicidio. La verità non c’è, la si sta cercando di costruire durante un processo che non si è annunciato favorevole al modus operandi della Cucchi, considerando che il collegio giudicante, ha da subito alzato un muro verso i circhi mediatici. Ma non si perdono d’animo e, dopo un primo libro a firma di Carlo Bonini, ‘Il Corpo del Reato’, adesso addirittura un film, che ha la presunzione di raccontare una verità, che non è la verità storica, ma la verità propinata da Ilaria Cucchi, ledendo ancora una volta i diritti della difesa. Non c’è stata ancora nessuna condanna in nessun grado di giudizio, come si fa a produrre un film e dire che questo contenga una verità? Quale verità? Quella di criminalizzare appartenenti all’Arma dei Carabinieri, allo stato dei fatti formalmente innocenti fino a prova contraria? Cercare di influenzare l’opinione pubblica a processo in corso, cosicché la giustizia debba necessariamente garantire un mostro al popolo? Perché imporre la loro verità a tutti i costi, e sottoporre nuovamente gli imputati ad un violentissimo pestaggio mediatico?

La Cucchi ha detto di voler dedicare questo film al Ministro Salvini, la cui unica “colpa” in questo caso mediatico, fu quella di aver difeso, insieme a Gianni Tonelli, i Carabinieri messi brutalmente alla gogna, quando ancora non vi era nemmeno una richiesta di rinvio a giudizio. L’unico ad avergli telefonato e mostrato vicinanza quando ancora non era Ministro. Tra l’altro, lo dedica anche a tutti coloro che vorrebbero mettere questa storia a tacere, vedendo nascosti in un cassetto i diritti degli ultimi. Intanto chi non rispetta i diritti della difesa è la signora Cucchi, balzando nuovamente alle cronache e su tutti i circuiti mediatici da cui cerca visibilità. Sulla ‘sua’ pelle. Quella di Stefano.

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Elena Ricci
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