Ex Agente Digos, scampato a Battisti: «Mi salvai nascondendo il viso»

Genova – La tv trasmette senza sosta le immagini di Cesare Battisti che scende dall’aereo a Ciampino e viene preso in consegna dalla polizia. Giampaolo Beligni oggi pensionato di sessantuno anni, per dieci anni detective dell’anti-terrorismo di Milano, è seduto nel salotto della sua casa di Quezzi e non si stacca un attimo dalla televisione. Lui, per capirci, è stato uno di quelli che per anni ha dato la caccia ai Pac – Proletari Armati per il Comunismo – di cui proprio Battisti faceva parte. E per due volte ha rischiato di essere ucciso proprio la sua attività di investigatore.

Nel 1980 per sfuggire ad un agguato della “Brigata 28 Marzo” davanti alla sua abitazione di via Appiani a Milano ha dovuto fare fuoco. Un anno prima, invece, il suo collega Andrea Campagna è stato ucciso a soli 25 anni proprio da Cesare Battisti. Ucciso con cinque colpi di pistola per ritorsione perché insieme a Beligni si era esposto davanti alle telecamere durante il trasferimento nel carcere di San Vittore di una quarantina di terroristi appena arrestati. Campagna era a volto scoperto, Beligni no.

E oggi è ancora vivo: «Ero paranoico, ossessionato dalla paura di venire riconosciuto dai terroristi. E così non appena vidi le macchine fotografiche mi coprii il volto con un fascicolo giudiziario». Quel gesto salvò la vita a Beligni. Non a Campagna che, riconosciuto da un terrorista, fu ucciso qualche settimana dopo – era l’aprile del 1979 – davanti all’abitazione della sua fidanzata.

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Redazione
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