La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha concluso la requisitoria nel procedimento con rito abbreviato nato dall’operazione antimafia «Call Me». Per un 64enne di Tropea, attualmente detenuto al regime previsto dall’articolo 41 bis, la Procura ha chiesto una pena di 16 anni di reclusione. La richiesta riguarda un imputato, che resta presunto innocente fino a una sentenza definitiva.
Le accuse contestate
Nel processo vengono contestati, a vario titolo, i reati di associazione mafiosa, con l’aggravante di essere stato indicato come capo promotore del clan omonimo, accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di detenuti con aggravante mafiosa, estorsione aggravata dal metodo mafioso e trasferimento fraudolento di valori.
La ricostruzione accusatoria riguarda anche il periodo trascorso dall’imputato nel carcere di Avellino, dal 22 ottobre 2020 al 21 maggio 2021. Secondo gli elementi raccolti nell’inchiesta della Guardia di Finanza, durante la detenzione avrebbe avuto a disposizione sei smartphone e cinque schede telefoniche intestate a persone straniere. Il procedimento dovrà ora proseguire con le successive fasi processuali previste dal rito abbreviato.
I contatti dal carcere
Gli investigatori hanno attribuito ai dispositivi quasi 5.000 conversazioni effettuate dall’interno dell’istituto penitenziario. I contatti, secondo l’accusa, sarebbero stati rivolti a familiari e a due donne, ora imputate davanti al Tribunale di Vibo Valentia con rito ordinario.
- 16 anni è la pena richiesta dalla Dda di Catanzaro;
- il processo si svolge con rito abbreviato;
- l’imputato è detenuto in regime di 41 bis;
- le accuse comprendono anche estorsione aggravata dal metodo mafioso e comunicazioni non autorizzate dal carcere.
Tra le condotte contestate alle due donne figurano l’esecuzione di ricariche telefoniche destinate al detenuto e la creazione di un falso profilo Facebook che, secondo l’impostazione accusatoria, sarebbe stato utilizzato dall’imputato. Le posizioni sono trattate nel dibattimento ordinario davanti al Tribunale di Vibo Valentia.
Il quadro giudiziario
Il 64enne è indicato nel procedimento come promotore del clan omonimo. La ricostruzione riportata nell’inchiesta ricorda inoltre che l’uomo era già stato riconosciuto come boss da sentenze definitive. Questo elemento riguarda il suo precedente quadro giudiziario e non sostituisce l’accertamento delle responsabilità per i fatti oggetto del processo «Call Me».
La requisitoria della Dda rappresenta la posizione dell’accusa nel procedimento. La richiesta di condanna dovrà essere valutata dal giudice competente insieme agli atti e alle difese dell’imputato, prima della decisione sul merito delle contestazioni.